Intervista con Fulvio Griffa - ho fatto le prove nel mio locale con le disposizioni dell`Inail Passerei da 40 a 8 coperti

Fulvio Griffa è il presidente provinciale di Fiepet-Confesercenti, ma anche del coordinamento delle associazioni di via del centro. Ieri mattina ha manifestato in piazza Castello, e poi è salito in Regione con una piccola delegazione di commercianti. Ma ha anche partecipato all'incontro tra le categorie e il governatore Alberto Cirio. «L'impressione è positiva, speriamo che le parole si trasformino in fatti».

 

Griffa, com'è andato l'incontro? «Ci siamo visti per definire le linee guida per la ristorazione. Abbiamo consegnato all'assessore al Commercio Vittoria Poggio e a Cirio il documento che abbiamo scritto a livello nazionale con l'Ascom. L'Emilia Romagna ha già accolto con una delibera».

 

Ma è scontato che ogni Regione possa avere le proprie regole? «C'è molta ambiguità. L ' Inail ha prima prodotto un docu mento, poi ha chiarito che si tratta di consigli e orientamenti che il decisore politico non è obbligato a seguire. Se però il governo fa uscire il nuovo decreto e allega quelle regole per la ristorazione, noi siamo "panati". Stiamo lavorando perché ciò non accada».

 

Quali sono i problemi maggiori? «I quattro metri quadri a persona, che rendono inutilizzabili i locali. E il fatto che sia mia responsabilità, in quanto ristoratore, certificare che le persone allo stesso tavolo sono sposate e non si sono conosciute tré secondi prima. Oltre ad essere un meccanismo ingestibile, il cliente sarebbe autorizzato a dirmi "fatti gli affari tuoi". E io dovrei conservare le certificazioni e risponderne personalmente. Follia».

 

Quanti locali non riuscirebbero a riaprire cosi ? «La maggioranza. Io ho fatto la prova in uno dei miei, Goustò, in Galleria Umberto. Ho preso dieci tavoli, li ho smontati e li ho rimessi secondo le regole del protocollo. Mi rimarrebbero cinque tavoli da due persone: passerei da 40 coperti a otto. Anche perché non posso metterlo vicino al bagno, perché non ci sarebbero due metri tra le persone. Insomma, è infattibile. Forse qualcuno riuscirebbe anche ad aprire, ma sarebbe destinato a non incassare».

 

Quindi, fosse cosi, rimarrebbe chiuso? «Ma certo. Mi tengo la cassa in deroga e almeno continuo a pagare i miei dipendenti. Ma lo Stato non può reggere cosi; ed è l'ultima cosa che desidero: io voglio lavorare. Se non scardiniamo il ragionamento dell'Inail, il settore della ristorazione è destinato a morire».

 

Non temete che regole più morbide spaventino i clienti, trasmettano cioè la sensazione di approssimazione? «Lo fanno se la scelta non viene spiegata. Ma sta al buon senso di tutti. Anche a quello dell'imprenditore: è giusto che sia lui a decìdere di distanziare ancora se la sensazione è che i tavoli siano troppo attaccati, perché è più agevole. Situazioni che ci sembravano ingestibili, ora funzionano. Come il mercato di Porta Palazzo. C'è molta autodisciplina e coscienza: quando qualcuno non ha la mascherina al banco, c'è sempre qualcun altro a ricordargliela. Lo stesso varrà al ristorante».

 

E con l'ampliamento dei dehors, com'è la situazione? «Stiamo parlando con il Comune perché si possa fare velocemente. Se la pratica passa dopo 30 giorni, mi serve dawe- ãî a poco. Ma su questo Palazzo Civico è d'accordo, stanno cercando una soluzione sbrigativa, come un'autocertificazione. D'altronde, gli uffici non sarebbero attrezzati a rispondere alla mole di domande in tempi brevi; e noi non abbiamo nessuna voglia di prenderci multe salate o rischiare di chiudere dichiarando il falso. E infatti un lato positivo di tutto questo c'è».

 

Quale? «Snellire la burocrazia. L'InaiI ha prima prodotto un documento poi IVA chiarito clic si tratta di consigli ñ orient amen li che il decisore politico non obbligato a seguire. Se il nuovo decreto le recepisce siamo "panati", Comune e Regione stanno facendo cose inimmaginabili fino a ieri, ma che noi chiedevamo da quattro anni. E che ora si dimostrano essere fattibili». 

 

Stralcio da CorriereTorino